ECCO PERCHE’ A QUESTI SINDACATI POCO INTERESSA……..

  

SEDI GRATIS, SENZA TASSE

Tutti i principali sindacati italiani hanno ottenuto gratis le loro sedi, “ereditandole” dai sindacati fascisti. La legge n.

902 del 18 novembre 1977 attribuì infatti i patrimoni delle organizzazioni

sindacali fasciste alle più importanti confederazioni sindacali e associazioni d’impresa. Per i sindacati dei lavoratori

gli immobili furono assegnati a Cgil, Cisl, Uil, Cisnal e Cida ( la

confederazione dei dirigenti d’azienda). Per le organizzazioni degli imprenditori il lungo elenco comprende, tra le

altre, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Confagricoltori, Coldiretti e Lega Coop. La stessa legge stabilì

che questi trasferimenti di proprietà ai sindacati “democratici” dovevano essere «esenti dal pagamento di qualsiasi

tassa o imposta».

PENSIONI MOLTO FACILI

Due leggi molto particolari consentono poi ai sindacalisti di farsi un’ottima pensione. A costo bassissimo per il

sindacato, ma a costo elevato per le casse dell’Inps. La prima leggina risale al 1974 e prende il nome da Giovanni

Mosca, deputato socialista, in precedenza leader della Cgil. Una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale

del sindacato o del partito (la norma riguardava anche i partiti politici) ha permesso di riscattare, al costo dei soli

contributi figurativi, interi decenni di attività, a partire dagli anni Cinquanta. Di proroga in proroga ( l’ultima è scaduta

nel 1980), alla fine la leggina che doveva sanare poche centinaia di casi è servita a quasi 40mila lavoratori (o presunti

tali) di sindacati e partiti. Tra loro: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Sergio D’Antoni, Pietro Larizza, Franco

Marini, Ottaviano Del Turco, la scomparsa Nilde Iotti. Pci e Cgil in prima fila: 8mila i funzionari regolarizzati dal

p.c.i., 10mila quelli sanati dal sindacato “cugino”. Costo complessivo per l’Inps: attorno ai 10 miliardi di euro.

Nessuno a sinistra gridò allo scandalo. Neanche dopo, quando le inchieste della magistratura

portarono alla luce, tanto per dire, casi di funzionari che avevano dichiarato di aver iniziato a lavorare sin dalla tenera

età di cinque anni. Un’altra leggina, stavolta voluta dall’Ulivo ( decreto

n. 564 del 16 settembre 1996), firmata dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu, vicino alla Cisl, prevede che i

sindacalisti in aspettativa possano godere di un ulteriore versamento da parte del

sindacato, che si va a sommare ai normali contributi figurativi a carico dell’Inps. Garantendo così, di fatto, una

pensione doppia. Identico privilegio è previsto per i sindacalisti distaccati. Questo

regime speciale oggi è concesso a circa 1.800 sindacalisti, dei quali ben 1.300 fanno capo alla Cgil.

PIOGGIA DI SOLDI SUI CAF

I soldi pubblici arrivano ai sindacati per molte vie. Una legge del 1991 dà alle sigle presenti nel Cnel, oppure delle

quali il ministro delle Finanze abbia riconosciuto la rilevanza nazionale, il potere

di creare uno o più centri di assistenza fiscale. Ai Caf possono rivolgersi i lavoratori dipendenti e i pensionati che

cercano aiuto per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Spetta ai Caf anche la certificazione delle

dichiarazioni ai fini del “riccometro”. Per ognuna di queste operazioni i Caf ricevono un compenso. Per la

compilazione e l’invio telematico dei modelli 730 dei lavoratori dipendenti, ad esempio, che un decreto del 1998 ha

concesso in esclusiva ai Caf ( monopolio di cui il Parlamento a breve dovrebbe sancire la fine), il compenso del

ministero delle Finanze ammonta a 15,12 euro per pratica. La cifra arriva a 29,74 euro in caso di dichiarazione

congiunta ( vale la pena di ricordare che il compenso dovuto ai commercialisti per la stessa operazione è pari ad

appena 50 centesimi). Cifre analoghe i sindacati incassano dall’Inps per ogni dichiarazione dei redditi dei pensionati e

certificazione ai fini del “riccometro” compilata. In tutto, il mercato gestito dai Caf vale 330 milioni di euro l’anno. Di

questa cifra, il 25% finisce alla Cgil, il 19% alla Cisl, il 7% alla Uil e

il resto alle altre sigle. ( L’ UNAL NON PERCEPISCE NULLA IN QUANTO NON HA MAI FATTO RICHIESTA DI SOVVENZIONI DI ALCUN GENERE A CHICCHESSIA)

 

LA TORTA DEI PATRONATI 

Altri soldi pubblici arrivano ai sindacati tramite i patronati, che prestano assistenza ai cittadini nei rapporti

con gli enti previdenziali. Ogni grande sindacato ha il suo patronato: la Cgil ha l’Inca, la Cisl ha l’Inas e la

Uil ha l’Ital. Tutti hanno le loro sedi all’interno degli stessi istituti di previdenza, con un bel risparmio sui

costi di gestione. Un meccanismo automatico introdotto da una leggina ad hoc varata alla fine della scorsa

legislatura (n. 152 del 30 marzo 2001) assegna ai patronati lo 0,226% dei contributi obbligatori incassati da

Inps, Inpdap e Inail. In tutto fanno circa 310 milioni di euro l’anno, dei quali il 28% finiscono all’Inca-Cgil,

il 20% all’Inas-Cisl, il 15% alle Acli, il 6% all’Ital-Uil. Cifre che si vanno a sommare ai 260 milioni di euro

che ogni anno la pubblica amministrazione spende per garantire i distacchi sindacali dei dipendenti statali e

ai 600 milioni di euro (stima prudenziale dei promotori del referendum del 2000) che i sindacati sottraggono

a lavoratori dipendenti e pensionati tramite le trattenute automatiche delle quote associative in busta paga.

Conto al quale si dovrebbero aggiungere i generosi finanziamenti che lo Stato italiano e l’Unione Europea

elargiscono ai sindacati per l’organizzazione di corsi di formazione professionale dalla dubbia utilità. Lo

ammise lo stesso Antonio Bassolino, all’epoca ministro del Lavoro, nel1998, riconoscendo che questi corsi

sono «più un modo per mantenere il lavoro dei formatori che per favorire quello dei lavoratori».

ECCO PERCHE’ A QUESTI SINDACATI POCO INTERESSA……..ultima modifica: 2009-09-15T19:16:00+02:00da ggiurata
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