IL RISARCIMENTO DELLE FERIE NON GODUTE NON PUO’ ESSERE PRESCRITTO

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IL RISARCIMENTO DELLE FERIE NON GODUTE NON PUO’ ESSERE PRESCRITTO

SENTENZA CORTE CASSAZIONE FERIE

Una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione sez. lavoro n.1756 del 29/01/2016, ripresenta alcuni importanti elementi sul diritto alle ferie per il lavoratore.

La sentenza della Cassazione in sintesi, riguarda il ricorso in opposizione di una azienda, nei confronti di un dipendente, che giunto alla pensione con 45 giorni di ferie e riposi non goduti, ne aveva chiesto ed ottenuto il risarcimento di euro 6.000 a titolo d’indennità sostitutiva, da parte del Giudice del lavoro del Tribunale di Firenze R.G.N.1009/2008.
L’azienda sosteneva che il credito fosse estinto, per intercorsa prescrizione, secondo il Tribunale del Lavoro invece, l’azienda non aveva assicurato la fruizione dell’irrinunciabile diritto alle ferie, attraverso una corretta programmazione del lavoro ed un efficace dimensionamento degli organici.
La Cassazione rigetta la prescrizione per le ferie non fruite, dichiara prevalente il fine della tutela del bene della vita, alla quale è finalizzata l’indennità risarcitoria e retributiva del mancato godimento delle ferie. (Cass.Sez. Lav. n. 20836/2013 – Cass. Sez. Lav. n. 19303/2004 e n. 114/2012).
Il risarcimento del danno è misto, perché volto a compensare la perdita di un beneficio, qual è il riposo, con la possibilità di dedicarsi alla famiglia, alle relazioni sociali e di svolgere attività ricreative e similari, al cui soddisfacimento è destinato l’istituto delle ferie; e anche retributivo, in quanto l’attività lavorativa resa nel periodo destinato al godimento delle ferie, ha diritto ad essere ricompensato con un emolumento adeguato.
L’azienda aveva cercato anche di dimostrare la riottosità del dipendente di avvalersi delle ferie arretrate nei tempi previsti, ma altresì, il dipendente ha provato l’invio di richieste di ferie, che di frequente non sono state autorizzate.Il risarcimento delle ferie non godute non può essere prescritto
Una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione sez. lavoro n.1756 del 29/01/2016, ripresenta alcuni importanti elementi sul diritto alle ferie per il lavoratore.
fosse estinto, per intercorsa prescrizione, secondo il Tribunale del Lavoro invece, l’azienda non aveva assicurato la fruizione dell’irrinunciabile diritto alle ferie, attraverso una corretta programmazione del lavoro ed un efficace dimensionamento degli organici.
La Cassazione rigetta la prescrizione per le ferie non fruite, dichiara prevalente il fine della tutela del bene della vita, alla quale è finalizzata l’indennità risarcitoria e retributiva del mancato godimento delle ferie. (Cass.Sez. Lav. n. 20836/2013 – Cass. Sez. Lav. n. 19303/2004 e n. 114/2012).
Il risarcimento del danno è misto, perché volto a compensare la perdita di un beneficio, qual è il riposo, con la possibilità di dedicarsi alla famiglia, alle relazioni sociali e di svolgere attività ricreative e similari, al cui soddisfacimento è destinato l’istituto delle ferie; e anche retributivo, in quanto l’attività lavorativa resa nel periodo destinato al godimento delle ferie, ha diritto ad essere ricompensato con un emolumento adeguato.
L’azienda aveva cercato anche di dimostrare la riottosità del dipendente di avvalersi delle ferie arretrate nei tempi previsti, ma altresì, il dipendente ha provato l’invio di richieste di ferie, che di frequente non sono state autorizzate.
Secondo consolidati e condivisi orientamenti di legittimità, la tutela del diritto alle ferie è rigorosa, l’art.36 della Costituzione comma 3, prevede testualmente che “ …il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi”.
Dalla sentenza “… Le ferie rappresentano, perciò, un diritto che va correlato alla persona del lavoratore e vanno riguardate più in funzione della qualità della vita che del rispetto di equilibri contrattuali. La duplicità delle funzioni rivestite dal periodo feriale è stata riaffermata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 543/1990 secondo la quale: “Non vi è dubbio che la disposizione contenuta nell’articolo 36 Cost., comma 3 garantisce la soddisfazione di primarie esigenze del lavoratore, dalla reintegrazione delle sue energie psico-fisiche allo svolgimento di attività ricreative e culturali, che una società evoluta apprezza come meritevoli di considerazione”.
In base all’articolo 2109 codice civile, comma 2, l’esatta determinazione del periodo feriale, presupponendo una valutazione comparativa di diverse esigenze, spetta unicamente all’imprenditore quale estrinsecazione del generale potere organizzativo e direttivo dell’impresa; al lavoratore compete soltanto la mera facoltà di indicare il periodo entro il quale intende fruire del riposo annuale, anche nell’ipotesi in cui un accordo sindacale o una prassi aziendale stabilisca – al solo fine di una corretta distribuzione dei periodi feriali – i tempi e le modalità di godimento delle ferie tra il personale di una determinata azienda.

Peraltro, allorché il lavoratore non goda delle ferie nel periodo stabilito dal turno aziendale e non chieda di goderne in altro periodo dell’anno non può desumersi alcuna rinuncia – che, comunque, sarebbe nulla per contrasto con norme imperative (art. 36 Cost., e articolo 2109 c.c.) – e quindi il datore di lavoro è tenuto a corrispondergli la relativa indennità sostitutiva delle ferie non godute (cfr. Cass. 12 giugno 2001, n. 7951; id. 18 giugno 1988, n. 4198; 2 ottobre 1998, n. 9797).
E’ stato anche ritenuto (così Cass. 9 luglio 2012, n. 11462),………..ed ulteriormente sancito dall’articolo 7 della direttiva 2003/88/CE (v. la sentenza 20 gennaio 2009 nei procedimenti riuniti c-350/06 e c-520/06 della Corte di giustizia dell’Unione Europea) – ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore l’indennità sostitutiva……. Nè l’azienda…. poteva pretendere dal lavoratore il godimento cumulativo delle ferie in prossimità del pensionamento, avendo colpevolmente creato i presupposti di tale situazione, come adeguatamente accertato dalla Corte di merito, ed essendo l’istituto delle ferie preordinato al recupero delle energie psico-fisiche nel corso del rapporto di lavoro e non alla fine dello stesso.
In conclusione, è sottolineato il principio che le ferie annuali vanno godute entro l’anno di competenza, e non successivamente, come aveva proposto il datore di lavoro, in prossimità del pensionamento.
Per queste ragioni e per l’inammissibilità del ricorso stesso per Cassazione, ai sensi dell’art.360 Codice di Procedura Civile n.5, la Suprema Corte respinge il ricorso dell’azienda e la condanna al pagamento delle spese processuali e oneri accessori di legge, inoltre dispone la liquidazione delle somme dovute al dipendente, come già precedentemente stabilito dal Giudice del Lavoro.

NON C’E’ LIMITE ALL’INDECENZA !

  Un Istituto di vigilanza del salernitano, ha proposto alle proprie G.P.G. un accordo in cui il monte ore mensile viene portato a 260 ore, in pratica le guardie giurate devono prestare la loro opera giornaliera per 10 ore. Le ore lavorate oltre le 173 ordinarie quindi ben 87 l’istituto le vorrebbe pagare con le seguenti modalità: una parte in … Continua a leggere

Solofra. Rapine sul raccordo a colpi di mitra. Ecco il basista

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solofra rapine sul raccordo a colpi di mitra ecco il basista

Sgominati i rapinablindati. Nella retata 19 persone, tra loro anche una guardia giurata di Acerra dipendente della Cosmopol di Avellino.

Solofra.   

di Simonetta Ieppariello

Due assalti il 20 febbraio e il 19 aprile, quelli da cui sono scattate le indagini che hanno consentito di sgominare la banda dei rapina blindati. Assalti a colpi di mitra. Sul raccordo. Cronache di una Irpinia al confine col Salernitano scossa da rapine violente. Ieri i 19 arresti che hanno sgominato l’organizzazione criminale specializzate negli assalti ai portavalori. Ci sono persone in carcere, altre raggiunte da misure cautelari ai domiciliari. Come il presunto basista. Si chiama Ciro D. F. di Acerra, 46 anni, l’agente della Cosmopol arrestato (ai domiciliari) perchè coinvolto nell’inchiesta sulle rapine. Lavorava con l’azienda irpina da due anni, aveva avuto altri incarichi come guardia giurata in altri aziende del settore. Potrebbe aver fornito informazioni al commando.

Le indagini, dell’operazione Last Day, sono state accompagnate da intercettazioni ambientali e telefoniche. Sgominata una banda di napoletani e pugliesi che aveva nel mirino i trasporti di valori con blindati. E poi le frasi dei malviventi dopo le azioni, intercettate dai sistemi che registrano commenti e risate dopo i colpi.

Gli agguati vennero messi a segno a due auto della Cosmopol a Fisciano e nel tunnel di Solofra. Nella retata 19 persone, tra loro anche una guardia giurata di Acerra dipendente della Cosmopol di Avellino.

L’inchiesta ha portato a sventare la rapina del secolo (l’agguato ad un blindato-carro armato in Germania).

Otto i mesi di indagini accurate, intercettazioni, servizi di osservazione e monitoramenti dei sospettati. Indagini accurate scattate che hanno consentito di fare piena luce sull’episodio ma anche su altri agguati a portavalori dell’istituto di vigilanza irpino. Infatti, prima dell’assalto sul raccordo Avellino-Salerno erano stati messi a segno altri colpi a Solofra, Foggia, Acerra e alla biglietteria dell’area archeologica di Pompei. Una serie di assalti dalle dinamiche simili e che avavano indirizzato i sospetti degli inquirenti ad un lavoro di squadra tra diversi territori di competenza.

Proprio a Solofra gli spari ad altezza d’uomo hanno reso chiaro la ferocia della banda. Impiegati in alcune rapine i kalashnikov. Sul raccordo Salerno-Avellino all’altezza dell’uscita di Fisciano: portarono via 78mila euro. Era il 20 febbraio scorso. Due mesi dopo, il 19 aprile, sempre sul raccordo Avellino-Salerno, il colpo ad una Panda della Cosmopol fallì per l’arrivo di un blindato (sempre della Cosmopol).

I malviventi sistemarono chiodi nella galleria Montepergola. La foratura degli pneumatici permise ai criminali di entrare in azione. Centinaia gli automoblisti che tra assalto e i soccorsi immediati rimasero bloccati nel traforo intorno alle 7.30.

I malviventi spararono in quell’occasione ad altezza d’uomo (come confermano le frasi intercettate).

FONTE:http://www.ottopagine.it/av/cronaca/138224/solofra-rapine-sul-raccordo-raffiche-di-mitra-ecco-il-basista.shtml

Securpol in crisi, assemblea di fuoco

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di Elisabetta Giorgi 

10 settembre 2017

Senza stipendio da mesi, le guardie protestano a oltranza. Azienda si offre come cliente: «Sappiamo che siete in difficoltà»

GROSSETO. Saranno stati una trentina i lavoratori della Securpol che venerdì sera intorno alle 22,30 si sono dati appuntamento davanti alla sede di via Monte Cengio per tastare – in un’assemblea – gli stati d’animo e capire se e come continuare la protesta. «Continuiamo a lavorare senza ancora avere uno stipendio?» è stato chiesto. E all’unisono la risposta è stata sì: «Continuiamo».

Due guardie (Vincenzo Picone e Radames Poccetti) sono incatenate da mercoledì scorso davanti all’istituto di vigilanza privata. Per il momento la situazione resta incerta e drammatica. I due colleghi andranno avanti così per un tempo indefinito mangiando, bevendo sul marciapiede davanti alla sede e dormendo in tenda finché non avranno risposte sulla sorte dei salari che non arrivano da maggio/giugno. Risposte che al momento non arrivano. I conti aziendali sono bloccati in Lazio dalla magistratura. Insoddisfacente è giudicato l’incontro di venerdì mattina tra le delegazioni sindacali di tutt’Italia con il ministero dello sviluppo economico a Roma: momento che tutti speravano fosse chiarificatore per capire le sorti dei salari di 1500 lavoratori italiani, 50 dei quali a Grosseto. Così non è stato. «Ci sono tanto sconforto e disperazione», dicono in coro le guardie.

Venerdì, come detto, si è fatto il punto in un’assemblea sul marciapiede accanto ai due agenti incatenati. C’erano una trentina di agenti Securpol. Lo scopo era quello di confrontarsi sull’incontro al ministero e capire se continuare la protesta.Alcune mogli hanno proposto di incatenarsi pure loro. Altri colleghi vorrebbero dare il cambio a Vincenzo e Radames.

Serenella Mannucci, responsabile operativa della sede di Grosseto: «Tutti noi ci aspettavamo risposte più concrete da Roma, più spiragli per salvare il salvabile. Io ho chiesto ai dipendenti cosa avessero intenzione di fare: insomma chi ci sta e chi non ci sta». Il clima è stato accalorato e teso ma sulla volontà di continuare la protesta non vi sono stati dubbi.

Le due guardie resteranno incatenate con la solidarietà di tutti, e finché se la sentono. In caso, subentreranno in catene altri colleghi in ferie, disposti a sacrificare il tempo libero dal servizio per manifestare. Si riflette insomma su eventuali turnazioni. «Mercoledì – continua Mannucci – ci sarà un altro incontro al ministero per capire se saranno sbloccati i conti. Aspettiamo anche questo. Intanto andiamo avanti e cominciamo a informarci per vie legali per capire come muoverci».

Spiragli positivi ci sono stati sul fronte della solidarietà. Sta funzionando l’appello delle guardie Securpol perché i clienti non disertino. «In queste ore – dice una guardia – il direttore generale di un’azienda maremmana è venuto qua da noi. “Sappiamo che siete in crisi: vi offriamo di lavorare per noi”, ha detto chiedendoci un preventivo. Ci siamo commossi».

http://m.iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2017/09/10/news/securpol-in-crisi-assemblea-di-fuoco-1.15836231

Contratto Nazionale Vigilanza Privata: trovata l’intesa

IL RINNOVO DEL CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DI LAVORO DEL SETTORE VIGILANZA PRIVATA E SERVIZI FIDUCIARI È AI BLOCCHI DI PARTENZA I lavoratori del settore Vigilanza Privata, riuniti nell’attivo Unitario, hanno dato il via libera alla piattaforma per avviare le trattative per il rinnovo. Il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore vigilanza privata e servizi fiduciari (scaduto lo … Continua a leggere

Certificazioni e Vigilanza Privata: stretta del Ministero

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Tanto tuonò che piovve. Accertato che, ad oggi, solo 393 Istituti di Vigilanza Privata su 1367 (davvero?) si sono certificati, per un misero 28,74% del totale (che, anche considerando le certificazioni in corso, non arriva comunque al 40%), il Ministero dell’Interno ha deciso di finirla. Nel rammentare che la certificazione è obbligatoria non solo per accedere alla licenza ex 134 TULPS, ma anche per mantenerla, e che l’attuale situazione, oltre a rappresentare un imbarazzante vulnus nel sistema di verifiche dell’autorità tutoria, genera paradossali distorsioni della concorrenza (chi si è certificato ha speso tempo e soldi che dovrà poi ricaricare sui servizi, mentre i furbetti sguazzano allegramente sui ribassi), il Ministero esorta Prefetti a Questori a mettere mano seriamente alla questione. E non si tratta più di blandi solleciti alle periferie, ma di un vero vademecum sanzionatorio.
La ricreazione è finita, dunque? Fino ad un certo punto…

Nell’ultima circolare rilasciata dal Dipartimento di PS, si ipotizzano infatti due situazioni tipo:

  1. licenza rilasciata prima dell’entrata in vigore del DM 115/2014 (configurandosi una gestione dell’Istituto in difformità, i Prefetti dovranno emanare un provvedimento che contenga un avvertimento, una diffida a produrre la certificazioni tra i 40 e i 60 gg e, in caso di inadempimento, l’incameramento della cauzione. Scaduto il termine, il Prefetto non rinnoverà la licenza se entro max 120 gg dal rilascio del provvedimento l’Istituto non avrà esibito la certificazione);
  2. licenza rilasciata prima dell’entrata in vigore del DM 115/2014 (entro 18 mesi dal rilascio della licenza, i Prefetti dovranno emanare un provvedimento che contenga una diffida a produrre la certificazioni tra i 40 e i 60 gg e, in caso di inadempimento, l’incameramento della cauzione. Scaduto il termine, il Prefetto potrà concordare un eventuale nuovo termine (di max 120 gg) con effetto sanante in caso di adempimento. In caso contrario, il Prefetto annullerà la licenza.  Se sono già passati 18 mesi dal rilascio della licenza, i Prefetti dovranno svolgere azioni di diffida e controllo, sino alla revoca della licenza ex art. 257-quater del TULPS).

    Come dire: stavolta si fa sul serio? Tutto è relativo, perché – facendo due conti sulle tempistiche – si può arrivare fino a Gennaio senza vedere una sanzione che sia una.
    I numeri parlano chiaro: servono tra i 40 e i 60 giorni per elevare la diffida (e fanno già due mesi), poi possono essre concessi altri 120 giorni (e c’è da scommettere che succederà spesso), e giù altri 4 mesi per un possibile adeguamento sanante. Per carità: nessuno brama a vedere sospendere licenze, ma nel frattempo chi paga continuerà a farlo per tutti…fino al 2018.

Circolare verifica certificazione Istituti Vigilanza Privata del giugno 2014 n.115 FONTE:http://www.vigilanzaprivataonline.com/primapagina/certificazioni-e-vigilanza-privata-stretta-del-ministero-6601.html

QUATTORDICESIMA MENSILITA’: ENTRO IL 15 LUGLIO DEVE ESSERE CORRISPOSTA AI LAVORATORI

Cosi come prevede l’art. 117 del contratto collettivo nazionale della vigilanza privata, quest’anno non farò sconti a nessuno, nel senso che, qualsiasi Istituto di vigilanza dove l’UNAL è presente, che non rispetterà il termine del 15 luglio, sarà oggetto di esposto e destinatario dell’attivazione della procedura di raffreddamento e conciliazione. Francesco Pellegrino Segretario Generale Nazionale dell’UNAL

L’esposto te lo strappano dalle mani

Infatti non solo non hanno ancora provveduto a consegnare le divise estive alle gpg, nonostante i colloqui telefonici e le richieste in merito inviate a mezzo pec all’Istituto, che credendo di aggirare il problema, stà facendo firmare alle proprie gpg una dichiarazione in cui risulta che negli anni recenti ha consegnato regolarmente le divise, e la cosa grave che le … Continua a leggere

Bancarotta fraudolenta da 100 milioni: arrestati tre imprenditori

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Crac da 100 milioni della Securpol a Roma arrestati tre imprenditori Bancarotta fraudolenta patrimoniale aggravata e operazioni dolose da falso in bilancio.

A seguito delle capillari indagini delle Fiamme Gialle, la Procura della Repubblica ha richiesto ed ottenuto l’8 giugno scorso dal Tribunale di Mantova il fallimento di altra società immobiliare di cui Muto è socio ed amministratore unico – la “Immobiliare Edera srl“.

Le verifiche. I militari del nucleo di Polizia Tributaria hanno eseguito una serie di approfonditi accertamenti che avrebbero consentito di ricostruire le intere vicende dell’azienda. L’esito degli accertamenti condotti ha consentito in particolar modo di mettere in luce l’esistenza di una importantissima operazione finanziaria che ha condotto alla distrazione dalle casse della società fallita, ad opera dello stesso Muto, della complessiva somma di € 3.878.750. Al figlio e a collaboratore del 72enne sono stati concessi i domiciliari. Vincoli che furono poi confermati sia dal Tar della Lombardia (nel 2011) che dal Consiglio di Stato (nel 2012).

I falsi bilanci. Dalle indagini, poi, emergerebbe che Muto abbia predisposto dei bilanci falsi della “Le Costruzioni”, nascondendo le rilevanti perdite di esercizio maturate nel tempo. Lo scopo sarebbe stato quello di mantenerla in vita e per far ciò sarebbero state esposte nei bilanci dei crediti verso clienti ormai non riscuotibili da tempo: si parla di circa 821 mila euro.

In particolare, gli imprenditori hanno dapprima trasferito alla Futura 2011 S.r.l.il capitale sociale delle numerose società del Gruppo Securpol, quindi hanno provveduto ad un completo depauperamento delle stesse, trasferendo in locazione alla newco Securpol Group S.r.l. tutti i rami di azienda attivi, a fronte di un corrispettivo che, oltre ad essere stato in seguito ridotto, non è stato, in parte, neanche percepito dalla locatrice. Gli accertamenti condotti dalle Fiamme Gialle hanno evidenziato nello specifico come la predetta società avesse conseguito imponenti perdite d’esercizio fin dall’anno 2012 (rispettivamente per € 236.526 nell’anno 2012, per € 51.443,00 nell’anno 2013, per € 3.522.643 nell’anno 2014 e per € 834.309 nell’anno 2015) ed avesse altresì accumulato una enorme esposizione debitoria oscillante tra € 19 milioni e € 21,5 milioni (principalmente nei confronti di banche, fornitori ed Erario) che avevano determinato un passivo di quasi € 22 milioni nel 2012, € 20 milioni nel 2013, € 17,5 milioni nel 2014 e nel 2015 ed € 13,7 milioni nel 2016. L’attività di indagine, effettuata attraverso meticolosi rilevamenti contabili e indagini bancarie e mediante la ricostruzione di complesse operazioni societarie straordinarie, ha consentito di accertare le condotte illecite perpetrate dagli amministratori pro-tempore della Futura 2011 S.r.l., utilizzata come bad company al solo fine di compiere operazioni in danno dei creditori, che hanno portato all’inevitabile fallimento della società. La società, inoltre, aveva accumulato un’enorme esposizione debitoria, a cavallo tra il 2010 e il 2013, che oscillava tra i 15,3 e i 24,4 milioni (principalmente nei confronti di banche, fornitori ed Erario).

FONTE: http://algheronewsgroup.com/2017/06/22/bancarotta-fraudolenta-da-100-milioni-arrestati-tre/

ATTENZIONE : LAVORATORI DIPENDENTI

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Ho sempre avvisato i lavoratori del pericolo di inadempienza da parte del proprio datore di lavoro nella sua figura di sostituto di Imposta, e di come fosse possibile tutelarsi. Infatti a conferma di ciò:

Se il datore di lavoro non ha effettuato la trattenuta alla fonte il lavoratore è tenuto a pagare di nuovo l’Irpef sulla busta paga nonostante abbia ricevuto lo stipendio al netto delle imposte.
È quanto chiarito dalla Cassazione in una recente ordinanza Cass. ord. n. 12113/2017 del 16.05.2017.

Fate buon uso di questo Articolo

Fonte:  La Legge Per Tutti.  Pubblicato il 1 giugno 2017. “Lo sai che?”

 { Senza ritenuta alla fonte, il dipendente paga due volte le tasse }

Se il datore di lavoro non paga le tasse per conto del dipendente, attraverso il meccanismo della ritenuta alla fonte, sarà quest’ultimo a doverle pagare. Questo perché, per la legge, sia il sostituto d’imposta (ossia il datore di lavoro) che il sostituito (ossia il lavoratore) sono responsabili in solido in caso di mancato versamento delle imposte da parte del primo. E ciò vale anche per i redditi da lavoro dipendente. È quanto chiarito dalla Cassazione in una recente ordinanza [1] che non poche critiche potrebbe sollevare. Ma procediamo con ordine e vediamo perché, senza ritenuta alla fonte, il dipendente paga due volte le tasse.

Quando un dipendente, assunto presso un’azienda, riceve la propria busta paga, ottiene l’importo già al netto delle tasse. Queste infatti vengono trattenute dal datore di lavoro e da lui versate all’erario per conto del primo. È il cosiddetto meccanismo della ritenuta alla fonte. Potrebbe però capitare che, nonostante il versamento dello stipendio al lavoratore al netto delle imposte, il datore non completi poi i suoi impegni e non restituisca allo Stato le imposte trattenute sulle varie buste paga. È vero: l’illecito lo commette l’azienda (non avendo effettuato la ritenuta alla fonte); tuttavia – secondo l’interpretazione sposata sino ad oggi dalla Cassazione – il dipendente è responsabile in solido con il primo. In altre parole, l’Agenzia delle Entrate può richiedere a quest’ultimo il pagamento delle tasse benché abbia già ricevuto una busta paga decurtata degli importi dovuti al fisco a titolo di Irpef. Con una conseguenza abbastanza banale e discutibile: il dipendente viene così costretto a pagare due volte le tasse.

In materia esiste anche qualche precedente di segno contrario e più favorevole al sostituto d’imposta. Ma si tratta, per lo più, di tribunali di primo e secondo grado. Secondo tali interpretazioni, il dipendente è responsabile in solido con l’azienda per il mancato versamento d’imposta solo quando riceve la busta paga al lordo dell’Irpef, mentre quando gli importi accreditati sul conto sono già stati decurtati delle tasse allora non si avrebbe responsabilità in solido (leggi Ritenute non versate: che fare?). Come dicevamo, però, la Cassazione è più favorevole alla tesi opposta, che vede l’Agenzia delle Entrate legittimata a richiedere il pagamento dell’Irpef sui redditi di lavoro dipendente tanto al lavoratore quanto al suo datore.

Perché mai il lavoratore sarebbe costretto a pagare due volte le tasse, specie se per una colpa non propria? Secondo la giustificazione fornita dalla Suprema Corte, egli ha sempre la possibilità di rivalersi contro l’azienda e, facendole causa, chiedere la restituzione delle somme che ha dovuto versare allo Stato a titolo di imposte sul proprio reddito. Non si considera però che difficilmente – specie nelle piccole realtà imprenditoriali – il lavoratore inizia un contenzioso con chi lo ha assunto se non quando i rapporti tra le parti sono ormai pregiudicati e incancreniti.

Dunque, se l’azienda non paga le tasse per conto del dipendente perché, pur avendo eseguito la ritenuta alla fonte, non ha materialmente versato tali importi allo Stato (evidentemente incamerandoli per sé), a doverle versare è lo stesso lavoratore. Che così riceverà una busta paga due volte più bassa: la prima perché ha subìto la ritenuta alla fonte, la seconda perché ha dovuto anticipare il pagamento dell’Irpef al posto del proprio datore.

Il lavoratore dipendente può, in definitiva, essere chiamato dall’Agenzia delle entrate a pagare nuovamente le imposte sul suo reddito, se il datore di lavoro non versa all’Erario le ritenute effettuate [2].

note

[1] Cass. ord. n. 12113/2017 del 16.05.2017.

[2] Ciò perché l’obbligo di ritenuta del sostituto d’imposta (il datore di lavoro), di cui all’art. 64, co. 1, dpr. 600/1973, non esclude che anche il sostituito (lavoratore) debba ritenersi già originariamente obbligato solidale al pagamento dell’imposta e, quindi, soggetto ad accertamento e poi riscossione per le imposte poi effettivamente non versate dal sostituto, salvo il diritto di regresso.

Il Segretario Regionale dell’UNAL SARDEGNA