Via la pistola al vigilante querelato Il Tar lo “riarma” e gli ridà il lavoro

di Pier Paolo Garofalo 05 Luglio 2015

La Prefettura aveva sospeso le autorizzazioni in seguito a una denuncia per minacce gravi Nella sentenza pesa la potenziale perdita dell’occupazione: «Una frase al telefono non basta»

Una guardia giurata ha ottenuto dal Tribunale amministrativo regionale, il Tar, di riavere la possibilità di detenere armi e munizioni e ha riottenuto il porto d’armi per difesa personale dopo che la Prefettura aveva sospeso permesso e licenza in seguito a una denuncia per minacce gravi.

I provvedimenti della Prefettura avevano comportato per il vigilante la sospensione dall’attività lavorativa. Nel ricorso al Tar, i legali della guardia giurata avevano sottolineato «la mancanza dei presupposti e la carenza di istruttoria. Il provvedimento si limita a richiamare un rapporto dei carabinieri senza alcuna dettagliata argomentazione. Non è stata fatta alcuna valutazione sulla capacità del ricorrente di abusare dell’arma, laddove la querela penale emessa nei suoi confronti da persona che ha un’animosità personale nei suoi confronti non rileva». Per la sua difesa «una querela non sarebbe sufficiente per far venir meno il requisito della affidabilità», come dimostra una costante giurisprudenza. «La frase proferita al telefono in una conversazione di sfogo non può risultare probatoria di mancanza di affidabilità» ha sottolineato al Tar il ricorrente, precisando peraltro che, in merito alla sospensione dell’autorizzazione di polizia, «nessun abuso è stato commesso dall’interessato. La mera sottoposizione a un’indagine penale non risulta sufficiente per ritenere carenti i requisiti della buona condotta e dell’affidabilità». I legali del vigilante, infine, hanno osservato come «la persona minacciata non risulti credibile nelle sue affermazioni né lo scambio di messaggi denota alcuna aggressività o pericolosità».

Per il ricorrente «la documentazione prodotta dimostra l’inconsistenza della querela e soprattutto la mancanza dei presupposti per

sospendere sia il porto d’armi sia la licenza». I giudici amministrativi hanno dato ragione alla guardia giurata, ristabilendo le premesse per farlo tornare al suo impiego. Per il Tar «va premesso che, in materia di rilascio o revoca del porto d’armi, l’amministrazione di pubblica sicurezza, dovendo perseguire la finalità di prevenire la commissione di reati e/o fatti lesivi dell’ordine pubblico, ha un’ampia discrezionalità nel valutare l’affidabilità del soggetto di fare buon uso delle armi, e quindi anche nel valutare le circostanze che consiglino l’adozione di provvedimenti di sospensione o di revoca di licenze di porto d’armi già rilasciate, onde il provvedimento di rilascio del porto d’armi e l’autorizzazione a goderne in prosieguo richiedono che l’istante sia una persona esente da mende e al disopra di ogni sospetto e/o indizio negativo e nei confronti della quale esista la completa sicurezza circa il corretto uso delle armi». Per i giudici, insomma, «la pubblica sicurezza deve intervenire non solo in caso di lesione accertata dopo un avvenuto abuso ma anche in caso di pericolo di lesione». Il potere è attribuito cioè anche a fine di prevenzione della commissione di illeciti.

Ma, sempre a detta del Tar, «la mera attribuzione di un fatto penalmente rilevante, in conseguenza di una denuncia dell’interessato per un presunto reato di minaccia grave, non costituisce, in assenza di univoci e dettagliati indizi e comunque prima che sia intervenuta la sentenza di condanna, elemento determinante e sufficiente» per l’adozione dei provevdimenti contestati. La buona condotta del richiedente – 24 anni di servizio inappuntabile – e soprattutto la potenziale perdita del posto di lavoro hanno anche pesato sulla decisione della magistratura amministrativa.

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Via la pistola al vigilante querelato Il Tar lo “riarma” e gli ridà il lavoroultima modifica: 2015-07-06T17:48:00+02:00da ggiurata
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